Il paragone tra l’invaso romagnolo e quello ipotizzato sull’Enza è tecnicamente fuorviante. Mentre a Ridracoli la conformazione naturale del terreno garantisce stabilità ai versanti, il progetto di Vetto insiste su un’area quasi interamente interessata da movimenti franosi censiti, con rischi e costi di messa in sicurezza mai chiariti.

REGGIO EMILIA / PARMA – Nel dibattito sulla Diga di Vetto, il richiamo alla Diga di Ridracoli viene spesso usato come “modello ideale” per rassicurare l’opinione pubblica e promettere prosperità. Tuttavia, si tratta di un parallelismo che non regge alla prova dei fatti tecnici e geologici. È il momento di sfatare questo mito: la differenza sostanziale non riguarda solo la natura dei materiali, ma la stabilità complessiva dei versanti. A Ridracoli i fianchi della montagna, per morfologia, sono fermi; a Vetto, la montagna scivola.

«Smettere di usare Ridracoli come esempio per giustificare Vetto è un atto di onestà necessario verso il territorio», dichiara il Coordinamento per la tutela del torrente Enza. «La morfologia di Ridracoli non presenta fronti franosi che gravano sul bacino. Al contrario, le mappe geologiche di Vetto mostrano una realtà drammatica: l’area dell’invaso è quasi totalmente segnata da frane attive o quiescenti. Costruire una diga su un terreno che si muove non è una scelta pragmatica, è un azzardo ideologico che ignora la realtà fisica dei luoghi».

Le criticità sollevate dai geologi sono rimaste finora senza risposta. Mentre la propaganda insiste sui benefici economici a breve termine, nessun documento progettuale ha ancora spiegato come si intenda fermare il movimento dei versanti e, soprattutto, a quale prezzo. Mettere in sicurezza le sponde di un bacino che poggia su frane censite richiederebbe interventi ingegneristici ciclopici e costi esorbitanti che non sono mai stati computati nel bilancio dell’opera.

Il rischio concreto è quello di un disastro ambientale e di un enorme spreco di denaro pubblico: un’opera che nasce già fragile, in un contesto dove il “bianco” delle zone stabili è l’eccezione e il “colore” delle frane è la regola.

«Oggi chi è davvero ideologico sta dalla parte della diga», conclude il Coordinamento. «Ideologico è chi chiude gli occhi davanti ai pericoli reali e non dice come vuole affrontarli. La nostra critica parte da una valutazione tecnica: non si può progettare il futuro di una valle ignorando la terra su cui poggia. La sicurezza della popolazione a valle non può essere sacrificata in nome di un ritorno economico illusorio e temporaneo».

Il Coordinamento chiede trasparenza immediata sui costi reali di consolidamento dei versanti e una valutazione onesta delle alternative, che non prevedano la costruzione di un’infrastruttura ad alto rischio in un’area geologicamente compromessa.

Ufficio Stampa 

Coordinamento per la salvaguardia e tutela del Torrente Enza

Info fonte: https://servizimoka.regione.emilia-romagna.it/mokaApp/apps/geo/index.html


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