Gazzetta del 11 febbraio 2026
«La diga di Vetto è un’opera sbagliata che non risponde alla crisi idrica»
Vetto. «La diga di Vetto è un’opera sbagliata». Lo afferma il consigliere regionale di Avs Paolo Burani al termine del dibattito pubblico sul Docfap, il documento che analizza le alternative per un invaso a scopi plurimi, ricordando le centinaia di osservazioni arrivate da esperti, associazioni, enti e comuni, «che hanno evidenziato criticità profonde».
«C’è un punto oltre cui un’opera pubblica non è più “discutibile”, ma sbagliata – prosegue Burani -. La diga di Vetto ha superato quel punto da tempo. Le osservazioni finali sul Docfap mettono nero su bianco falle strutturali – tra cui tecniche, ambientali – tali da rendere il progetto inidoneo a fondare qualsiasi decisione pubblica responsabile».
«Il primo nodo ignorato – sottolinea Burani – riguarda la sicurezza geologica. Il Docfap non valuta un dissesto attivo a Scurano, censito e segnalato dagli enti locali, e sottovaluta un quadro molto più ampio: sovrapponendo le carte del dissesto alle due alternative di invaso emerge una presenza diffusa di frane attive e quiescenti. Secondo l’Ordine dei Geologi dell’Emilia-Romagna si contano 66 movimenti franosi nell’ipotesi “Chiusa a Vetto” e 35 in quella “Le Gazze”, con criticità anche in prossimità di abitati come Lalatta e Taviano. In un’opera di sbarramento di questa scala non sono dettagli: l’interazione tra acqua invasata e versanti instabili è un rischio strutturale che può diventare fattore escludente».
A ciò si somma un impatto ambientale irreversibile. L’invaso sommergerebbe oltre 230 ettari, in parte ricadenti nella Rete Natura 2000, con distruzione di habitat di interesse comunitario, inclusi quelli prioritari, senza adeguate compensazioni né una dimostrazione credibile dell’assenza di alternative.
«Il Docfap viola inoltre il principio Do No Significant Harm (Dnsh) – incalza il consigliere -: un’opera che distrugge habitat protetti e interrompe la continuità ecologica di un corso d’acqua non è compatibile con gli obiettivi ambientali Ue. La conseguenza è chiara: la diga di Vetto non è eleggibile ai fondi europei, Pnrr compreso, se non al prezzo di un contenzioso certo».
Burani si sofferma poi sull’uso «strumentale del tema dei nitrati nelle falde». Il Docfap utilizza un problema di qualità dell’acqua per giustificare un’opera di enorme impatto, sostenendo che l’elevata presenza di nitrati imporrebbe maggiori fabbisogni idropotabili. Ma se è vero che le falde sono inquinate, la domanda è inevitabile: come ci sono arrivati quei nitrati?. La risposta è nota e oggi viene ammessa: l’inquinamento deriva in larga parte da un modello di agricoltura convenzionale altamente impattante, legato ad allevamenti intensivi e all’uso massiccio di fertilizzanti chimici. Le norme per ridurre i nitrati esistono già.
«Infine, il progetto ignora il Contratto di Fiume della Valle dell’Enza, strumento di governance previsto dalla normativa nazionale. Escluderlo significa svuotare di senso il percorso di partecipazione pubblica e decidere in contraddizione con il territorio – conclude Burani -. Per questo, come presidente della Commissione Territorio, Ambiente e Mobilità, sto lavorando per chiedere un’udienza al Commissario, affinché vi sia piena contezza di quanto emerso, anche alla luce dei 350 mila euro di risorse pubbliche già spese per un Docfap strutturalmente inadeguato. La diga di Vetto non è una risposta alla crisi idrica. È un errore tecnico, giuridico e strategico».

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